Tirinto (Argolide)


Micene - Tirinto, 50 km.88

L’indomani mattina a colazione Sigfrida ha ritrovato la sua abituale sicurezza, però cerca a suo modo di essere gentile:
- Canta per me con tuo mandolino, mio bello maccarone, io ascolta tua bella canzone.
La coppia di italiani ci guarda di sottecchi e ogni tanto si scambia un’occhiata interrogativa.

Sigfrida mi prende le mani - Tu, con kveste manotte, impasta pizza solo per kleine quattro custi, se no io ti spiezza in due. - Le occhiate degli italiani ora sono affermative.
- Io sento cambiata. Vedi kvesta clava? Sai dove io mette a prossimo che chiede mia sorella?
Vabbe', cerchiamo di partire!

Invece, per un motivo o per l’altro, sia Sigfrida che gli italiani devono ritornare in camera. Allora riprendo la lettura di Plinio. Ecco il terzo capitolo: Filii, cordis fragmenta sunt (I figli sono pezzi di cuore), che riporta le tribolazioni passate dai genitori di Parissarma per farlo studiare.

Il ragazzo era ormai diventato un uomo, ma continuava a perdere il suo tempo. Giunto ad Agrigento, dopo l'ennesimo ultimatum paterno riuscì, corrompendo la segretaria, ad iscriversi alla scuola di Empedocle, facendosi riconoscere tutti gli esami che diceva di aver sostenuto a Chio. A quei tempi i piani di studio erano piuttosto liberi ed il consiglio di facoltà non ebbe difficoltà ad approvare materie come nulla 1, nulla 2, fondamenti di niente e psicologia, che Parissarma diceva di aver studiato da Metrodoro. Naturalmente aveva dovuto esibire i verbali degli esami e, inspiegabilmente, era riuscito a spacciare per verbali dei papiri bianchi.

Può darsi che Empedocle abbia chiuso un occhio sui verbali (la sua scuola era a pagamento), però la sua materia gli impose di seguirla. Ma Parissarma, che preferiva passare il suo tempo al vicino istituto di botanica (pieno di studentesse), disertava regolarmente le lezioni.

Ogni mattina, non vedendo Parissarma all'appello, Empedocle, che aveva un caratteraccio, gridava: - Ε κιδδυ υνν'ε (E quello dov’è). - Ιε μαλατο (è malato) - rispondeva il suo compagno di banco. - Ma sempre malato è? Miih, quanto siete cagionevoli voi studenti! Cu tutta sta cagionevolezza, attenti ca potete moriri! - E, alla spontanea reazione degli studenti, s'imbestialiva ancora di più - Miserabili fetusi, via le mani dalle fave! 89

E' evidente che l’appellativo quello sia derivato dal modo in cui Parissarma veniva chiamato dall'irritabile maestro.
Le rare volte in cui si faceva vedere, era preso di mira da Empedocle, cui non pareva vero di poterlo interrogare. Ma invariabilmente, Parissarma rispondeva: - μαλατ'α στατο, μαεστρο (sono stato malato, maestro).
- Ma che malato e malato, - gridava Empedocle - il certificato medico voglio vedere! Tutti i certificati mi dovrai portare, se vuoi fare l’esame finale!

Man mano che la data della laurea si avvicinava, la cosa diventava più ingestibile. Parissarma, sempre attraverso la segretaria, riuscì a strappare una ultima concessione: in attesa di produrre i certificati medici, avrebbe sostenuto lo stesso l’esame di laurea. E, incredibile a dirsi, riuscì a superarlo, seppure con riserva. Purtroppo Plinio non dice come.

Il diploma però, glielo avrebbero consegnato quando avesse portato le carte. Niente diploma, niente concorsi: bisognava procurarsi i certificati. A quel tempo non era difficile ottenere i certificati medici, un po’ come adesso. L’unica difficoltà era ritirarli, perché bisognava farlo di persona, un po’ come adesso. E le uniche istituzioni abilitate erano i templi di Asclepio, ad Epidauro ed a Kos.90 A Parissarma non restava altra via che tornare in Grecia per procurarsi la documentazione.

Il racconto di Plinio su Parissarma finisce qui. Le coincidenze che lo accomunano a "quello" sono davvero tante. Che quello ione di Samo sia stato lui, a me sembra chiaro, però ancora non è possibile provarlo. Ci vorrebbe una testimonianza, un documento.

Rimane anche da capire come fece a laurearsi. Ad ogni modo, Epidauro è a trenta chilometri da qui. Non voglio anticiparlo, ma mi è venuta un'idea. Se non mi sbaglio sulla innata statalità di greci e siciliani, troverò lì le tracce del passaggio di Parissarma.

Sono ridiscesi tutti. Partiamo per Argo e poi per Lerna, ma la palude dell’Idra non c’è più, e neanche il mostro: la clava di Sigfrida, che troneggia legata sopra il suo bagaglio, non ci servirà. Oggi la tedesca va più piano, anzi lasciandosi spesso superare da me mi grida: - In tue vene sangue di Giacomo Agostino. Che cara ragazza! Mi ci sto affezionando, ed è talmente bella che talvolta, per guardare lei, smetto perfino di scrutare la forcella.

Attraversiamo Nauplia, tanto carina e veneziana. A pochi chilometri, sulla strada per Epidauro, nel borgo di Pronia, sorge il monastero di Agìa Monì. Nel giardino del monastero sgorga la fonte Canathos, bagnandosi nella quale, Hera recuperava la verginità ogni volta che le occorreva. Mi fa notare Sigfrida, ridendo.91

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[88] Micene, 12 km, Argo (ss 7), 12 km, Lerna (ss 7), 10 km, Nafplio, 5 km, Tirinto.

[89] Gellius: IV, 11, 9.

[90] In realtà anche ad Agrigento c’era il tempio di Asclepio, ma i sacerdoti/dottori erano colleghi del professore, meglio evitare.

[91] Pausania, 2, XXXVIII, 2.


Pubblicato il 28 novembre 2011; modificato il 12 luglio 2013.

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