Samo



Sulla nave per Samo, ripenso alle scoperte fatte nell’ultima tappa. Parissarma studiò effettivamente a Chio e non c’è motivo di pensare che non superasse gli esami: non c’era né lo scritto né l’orale. Ottenne il papiro bianco col diploma e, fermatosi a capo Sounion nel viaggio verso la Sicilia, riuscì ad evitare l’avo di Uozzon che rivoleva i suoi soldi. Rimane da capire come fece a laurearsi con Empedocle, un osso ben più duro di Metrodoro, e se quello di Maratona sia stato veramente suo nonno.

Sbarchiamo a Samos, moderno capoluogo dell’isola. Andiamo subito a Pithagorio, sulla costa meridionale, dove sorgeva l’antico abitato. Nel piccolo Museo, dietro al porto nei pressi del monumento a Pitagora, non troviamo nulla di interessante.

Mangiamo qualcosa in una tavola calda (pitagorica, presumo) e dopo pranzo visitiamo il luogo dove sorgeva l’antica Samo, a nord dell’abitato. Anche qui non sembra esserci nulla di particolare. Solo le solite erme119; su una di esse c’è scritto: Νον τι πρεοχχυπαρε νιποτε, κυεστο ε κυελλο κε σαννο γλι αλτρι : Non ti preoccupare nipote, questo è quello che sanno gli altri.

A Heraion, dove nacque Hera, si trovano i resti del grande tempio arcaico a lei dedicato, l’ottantaquattresima delle sette meraviglie del mondo, andiamo a visitarlo. Lungo la strada, quella Porsche cabrio mi sembra di averla già vista, e anche quella specie di dio greco che la guida.

Arriviamo allo stesso parcheggio del dio in Porsche. Scendiamo, ma il tipo rimane in macchina. Visitiamo il sito, cercando una traccia o un indizio. L’attenzione delle ragazze però, è per quel tipo rimasto al parcheggio.

Finalmente il dio esce dalla macchina. Ci viene incontro, Virgilia è emozionata, Sigfrida compiaciuta. Ma lui, stranamente, si rivolge a me:
- Come va la ricerca di Parissarma?
E che ne sa? Deve avergliene parlato Virgilia.

- Siamo vicini alla soluzione del puzzle, però manca ancora qualche tassello. - Lo guardo con attenzione, finalmente gli trovo un difetto: i jeans stracciati. Non so come possa piacere a Virgilia uno coi jeans così rovinati.

- Qui non troverete molto, il tempio crollò nel 525 a.C., prima della nascita del nonno di Parissarma.
- Il nonno di Parissarma!?
- Sì, il nonno di Parissarma, quello che combatté a Maratona.

Virgilia, Sigfrida ed io ci guardiamo stupiti e incuriositi.
Apollo 2 continua: - Al museo archeologico di Samo, nella sala di destra, al primo piano del vecchio edificio, tra gli ex voto in bronzo provenienti dall’Egitto, c’è quello fatto fare da Parissarma per essere scampato alla battaglia di Maratona.

- Come sai che era il nonno di Parissarma?
- Perché su una tavoletta con la stessa firma, afferma di avere pagato i debiti contratti dal nipote con un tale Uozzone di Chio.

- Ma allora il debito è stato pagato! Quel fetente del dottor Uozzon ci stava provando! Meno male che al museo di Samo ci sono le prove, - e aggiungo - come mai sei tanto interessato a Parissarma?
- Ho le mie buone ragioni.

Le ragazze sono rapite dalla rivelazione di Armando. Sigfrida sbatte ripetutamente le ciglia, Virgilia però ha un’ombra di sospetto negli occhi.

- Perdonate se non mi sono presentato: Armando Apelle, svizzero del canton Ticino. La mia famiglia, di origine greca, fabbrica palloni di cuoio. - Figlio d’industriale, ecco spiegata l’abbronzatura perfetta.
- Scommetto che usate la pelle di pollo per fare le palle.

Apelle mi guarda meravigliato: - Sì, è vero.
- E che la vostra famiglia ha interessi anche nella pesca. Dirò di più: avete una tecnica segreta per far venire a galla i banchi di pesce.

La meraviglia si è tramutata in preoccupazione: - Che ne sa, lei, di questo metodo?
- Deduzione, giovanotto, semplice deduzione. La cosa strana è che anche Virgilia mi guarda con meraviglia, come se fino ad ora non si fosse accorta delle mie capacità; Sigfrida, invece è completamente persa nella contemplazione di Apelle.

Dobbiamo andare al museo di Samo a controllare le iscrizioni bronzee. È vero: tra gli oggetti provenienti dall’Egitto ci sono i due reperti di cui parlava Apelle. Dunque il nonno avrebbe fatto la sua fortuna in Egitto, come farebbe pensare la provenienza degli oggetti che lo riguardano.

Intanto Armando e Sigfrida stanno parlando in tedesco, ma lei gesticola più di una italiana. Torniamo in albergo, rivedremo Armando stasera per la cena. Le ragazze salgono in camera a farsi la doccia, io rimango in giardino a riflettere.

Sigfrida aveva intuito correttamente: i Parissarma erano due, nonno e nipote; il vecchio aveva combattuto a Maratona, il giovane aveva studiato in Sicilia. Un momento, l’erma di Samo! Parlava di un nipote, fammi andare a rivedere.

Eccola! La scritta è proprio sopra il moncone degli attributi virili, rotti chissà da quanto tempo120; più in basso, seminascosta, la firma di Parissarma nonno.

Questo è quello che sanno gli altri! Questo cosa? Ma è ovvio! Il fondamentale insegnamento del nonno al nipote fu che anche gli altri non sanno nulla.

Ecco chi fece il terzo passo dopo Metrodoro e Socrate: Parissarma, l’uomo che sapeva due cose: di non sapere niente e che neanche gli altri sanno niente.

Come andarono le cose posso ricostruirlo: forte dell’insegnamento del nonno, Parissarma affrontò l’esame di laurea sapendo che i professori ne sapevano quanto lui. Per alcuni lunghissimi minuti il silenzio fu sovrano, perché i professori non osavano smascherarsi; poi Empedocle, seccato dall’imbarazzante situazione, si risolse a fare una domanda. Ma, contrariamente agli altri esami di laurea, il candidato, pur dando la consueta risposta a caso, mostrò la sicurezza di chi sa di non poter essere contraddetto.
Alla fine, nonostante l’imbarazzo della commissione e la rabbia di Empedocle, dovette essere promosso.

Ritorno in albergo, le prove che l’esame sia andato così non potrò mai trovarle, ma la ricostruzione è convincente. Chissà invece perché ad Apelle interessi tanto Parissarma. Sto seduto nella hall, aspettando Armando e le ragazze. Certo, senza il libro di Plinio l'Adulto, non saremmo mai riusciti a dipanare la matassa.

Virgilia è la prima a scendere. Si siede vicino a me e mi fa: Allora abbiamo risolto tutto, a parte la scritta in cielo, no? - Ha capito anche lei che il Nostro riuscì a bluffare all’esame di laurea, poi continua: - Ti voglio invece fare una predizione: stasera Sigfrida non avrà peli sulle gambe!

- Impossibile, la tradizione germanica le vieta di depilarsi, non avrebbe accesso al Valhalla.
- Vedrai.

Scende Sigfrida e le sue gambe sono lisce come il marmo. Virgilia mi guarda e ridacchia. È ancora pomeriggio, arriva Armando e propone di fare un giro in macchina prima di cena. Sigfrida dice subito di sì, seguita a ruota da Virgilia. Mi tocca stare dietro in quella specie di sedile posteriore della Porsche, mentre le ragazze vanno tutt’e due davanti, come nei film americani. Ma lui è svizzero del Ticino, perché la musica è italiana, anzi milanese.
- Chiarito il mistero? - mi chiede Armando, dopo un po’.
- Quasi tutto, ma dimmi, perché t’interessi tanto a Parissarma?

- È una storia strana, sospetto che possa essere lui quello che offese il capostipite della mia famiglia molto tempo fa.
- E cioè?
- Anche se oggi è difficile crederlo, la mia famiglia fa risalire la sua origine addirittura ad Apollo. Ebbene, pare che Apollo sia stato offeso da un tale in Sicilia, che avrebbe eretto una scritta di dileggio verso di lui. Apollo rispose per le rime accendendo in cielo una scritta di fuoco, ma non riuscendo a scorgere l’empio, che nel frattempo si era nascosto, la indirizzò genericamente a Quello lì. -

Virgilia ed io ci guardiamo a vicenda, lui continua:
- Apollo non riuscì a scoprire chi fosse Quello lì, ma la nostra famiglia non ha mai cessato di cercare di identificarlo per fargliela pagare.

- E che c’entra Parissarma?
- Nei secoli, abbiamo fatto delle ricerche per individuare il mascalzone. Abbiamo una rosa di indiziati e, tra questi, Parissarma è il più sospetto.
- A me sembra un accanimento ingiustificato!

La Porsche corre sui tornanti. Sigfrida dice che Armando guida come un dio, io avrei usato la parola disgraziato. Virgilia è perplessa. Non riesco a capire che cosa ci sia stato tra i due, ma so bene cosa ci sarà tra gli altri due.
- Anche se tu trova Quello, ormai lui morto da un pezzo - riprende Sigfrida.
- Sono i suoi discendenti che devono pagare.

- Suca - mormoro a denti stretti - E come fai a trovarli? Li cerchi sull’elenco telefonico?
- Purtroppo non risultano. Qualche discendente, per precauzione deve aver cambiato il nome. Ma forse avrà mantenuto un’assonanza, forse ne avrà fatto l’anagramma, io sono sicuro che un giorno il computer ci permetterà di scoprirlo.

- Sei troppo fissato con questa storia. - gli dice Virgilia.
- Te l’ho già detto, Virgilia, si tratta di un giuramento e, ad ogni modo, questi sono affari della mia famiglia.
Arriviamo a Kokari, un suggestivo porticciolo adagiato su due insenature.

Scendiamo a prendere un aperitivo, siamo quasi al tramonto e anche il nostro viaggio è alla fine. L’investigazione è stata un successo insperato. L’unica cosa la forcella. Purtroppo la moto resterà per sempre segnata da questo viaggio.

Apelle propone di tornare tutti insieme in Italia col suo yacht. Sigfrida accetta entusiasta, ma io tornerò per conto mio. Virgilia è dubbiosa, poi decide di rimanere con me.
Armando è soddisfatto, si rivolge a Sigfrida e le dice: - Sai che ti avevo già notato a Kardamili? E mi sembra di aver già visto il tuo viso. - Virgilia sbuffa, ma prima o poi dovrà imparare che questi sono gli uomini. Poi rivolto a me: - Lasciamo qua le ragazze e andiamo a prenotare un tavolo per quattro per stasera. Monta in macchina.

Armando guida come un forsennato sulla scogliera. È in vena di confidenze: - Carina Virgilia, no? Meno male che rimane con te, perché Sigfrida è strepitosa. Figuriamoci se me la lascio scappare;
- Dovresti vedere la sorella!
- Perché com'è?
- Ancora meglio!

Continuiamo la corsa dissennata finché frena bloccando le ruote per fermarsi in una piazzola a strapiombo sul mare. È il parcheggio del ristorante.

- Mi piace correre in macchina, è eccitante rischiare la vita inutilmente. Le moto però non le sopporto, roba per meccanici, con rispetto parlando. E i centauri con tutte quelle fisime, gente che passa ore a lucidare la moto, e se, non so, gli si storce un po’ la forcella, è capace di non dormirci la notte! Pensa che da ragazzo mi divertivo a sfregiare i serbatoi con le chiavi.

È quasi verso sera ed a cena stiamo andando, ecco, ha aperto la portiera. Minchia, che caduta che ha fatto! Pazienza, prenoterò solo per tre. Enzo Iannacci, intanto, canta la sua struggente canzone.

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[119] Le erme erano sculture del dio Ermes, composte da un pilastro sormontato dalla testa barbata del dio, munito di due tronconi di braccia e del membro virile in erezione. Erette lungo le strade e ai crocicchi, a protezione della proprietà e dei viandanti, recavano spesso incisi dei detti morali.

[120] Possiamo tentare una stima: 415 a.C., in concomitanza della mutilazione delle erme di Atene, episodio di cui vennero accusati i seguaci di Alcibiade. (La prima rottura di minchia certificata del mondo occidentale). Tucidide VI, 27.


pubblicato il 1 dicembre 2011; modificato il 14 febbraio 2013.

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