Chio



Non faccio per vantarmi, ma è una giornata magnifica116 e le ragazze dedicano tutta la loro attenzione all’abbronzatura.

Sul battello faccio conoscenza con il dottor Υοζζον117 di Chio, un tipo formale ma simpatico (sembra una persona importante, che torna dalla capitale dopo avere sbrigato i suoi affari).

Sbarchiamo. Sono impaziente di visitare il Museo, ma oggi le ragazze preferiscono il mare. Raggiungiamo un compromesso: le accompagno in spiaggia e andrò da solo. Il dottor Uozzon, gentilissimo, si offre di farmi da guida.

Nel piccolo museo di Hios, a sud dell’abitato, non c’è molto d’interessante. La mia attenzione viene tuttavia attratta da una teca contenente delle tavolette d’argilla prive d’iscrizioni. Qualcosa non quadra: la mia mente ipotetica deduttiva si mette in moto. Il dottore mi fa segno di passare oltre, secondo lui non hanno nulla d’importante: - Lasci perdere, dottore, su quelle tavolette non c’è scritto niente.

- E allora, dottore, perché sono conservate?
- Solo perché sono antiche, dottore. Ma per me, sia detto in confidenza, si potrebbero anche buttare.
- Dottore, non sono, per caso, state ritrovate nel luogo dove sorgeva la scuola di Metrodoro? - Gli chiedo con un sorriso d’intesa.

Mi guarda sorpreso, poi risponde: - Chi glielo ha detto?
- Lasci perdere, e scommetto che sono state trovate anche a casa degli alunni di Metrodoro!
Il dottor Uozzon è ancora più sorpreso: - Dottore, lei ne sa una più del diavolo! Come ha fatto a capirlo?

- Dopo glielo spiego, dottore. Piuttosto mi dica: dove possiamo trovare la casa di un alunno di Metrodoro?
- Dottore, le ho spiegato che la mia famiglia è antichissima: modestamente un mio avo studiò per l’appunto dal Maestro di color che non sanno.

Mmmh: troppa fortuna oppure il dottore sta esagerando sull’antichità della sua famiglia. Meglio controllare.
- Dottore, come fa a essere sicuro di questo?
- Perché, dottore, tra gli oggetti di famiglia, oltre ad alcune tavolette lisce, ho trovato il giuramento della scuola, che ogni alunno doveva impegnarsi a rispettare.
Sento di essere vicino ad una scoperta fondamentale ed, eccitato, chiedo - Potrei vederlo, dottore?
- Certo, dottore, andiamo a casa mia.

La casa di Uozzon è un palazzetto patrizio con mobili antichi, arazzi, busti di marmo; alle pareti pergamene con titoli e riconoscimenti, ed anche un curioso papiro bianco. Da un cofano intarsiato il dottore estrae una tavoletta aurea contenente lo stemma di famiglia siglato da una scritta. Non vorrei sembrare presuntuoso, ma me lo aspettavo: Νεντι σαχχιυ ε νεντι υογγηιυ σαπιρι117: Niente so e niente voglio sapere.

La pietra angolare di tutta la sapienza siciliana è in realtà la promessa solenne che ogni discepolo di Metrodoro doveva formulare. Altro che meschino amor del quieto vivere, come pensano quelli del Nord.

- Dottore, cosa significa quel papiro bianco appeso alla parete? – gli chiedo.
- Non ci crederà, dottore, ma quello è il diploma della scuola di Metrodoro. Per un motivo che ignoro, i diplomi della scuola venivano consegnati senza alcuna scritta.
Invece io l’ho capito: se non avevano imparato niente, cosa poteva mai certificare l’istituto?

- Dottore, ora mi spieghi come ha fatto a capire che le tavolette lisce provenissero dalla scuola e dalle case degli studenti di Metrodoro - mi chiede Uozzon.
- Semplice, caro Uozzon: le tavolette contenevano i compiti assegnati dal maestro ai discepoli! - La sua faccia si illumina di stupore. - È evidente che, non essendoci nulla da imparare, le tavolette dovessero essere prive di segni. Ma il coscienzioso maestro voleva controllare i compiti e assicurarsi che nessuno studiasse!

Uozzon è senza parole, io continuo: - Inoltre scommetto che, tra gli effetti personali del suo avo, mancava lo stilo per incidere le tavolette.
- Voi avete delle capacità straordinarie, dottore.
- Pura deduzione, dottor Uozzon: se non sapevano scrivere, che se ne facevano dello stilo?

Il dottore pende ormai dalle mie labbra, io voglio strafare: - E posso anche aggiungere che, con ogni probabilità, tra i compagni di scuola del suo avo, ci fu uno studente di Samo, che frequentò i corsi e non imparò niente neanche lui!

- Parissarma! - esclama il dottor Uozzon. Ora sono io a essere stupito, mentre mi mostra una ricevuta di terracotta. - Guardi qua dottore - Ιο, Παρισσαρμα δι Σαμο, ριχευο ιν πρεστιτο 5000 δραχμε δα Υοζζονε δι Κιο, κε ρεστιτυιρο τρα δοδιχι λυνε χον υν ιντερεσσε δελ 5%: Io, Parissarma di Samo, ricevo in prestito 5000 dracme da Uozzone di Chio, che restituirò tra dodici lune con un interesse del 5%. Fantastico: anche la prova del passaggio da Chio, grazie ai debiti di quello scapestrato!

- Pensi, dottore, - continua Uozzon – che, avendo saputo che Parissarma, nel suo viaggio per l'Italia, faceva tappa a capo Sounion, il mio avo era andato fin là per farsi ridare i soldi, senza però riuscire a trovarlo.
Ecco chi scrisse: Pigghiau i soddi e si nni iu, l'altra scritta di Capo Sounion, penso tra me e me.
Ora Uozzon ha uno sguardo interessato che prima non aveva.
- Per caso, dottore, lei è parente di Parissarma?
- Ma nemmeno per sogno, dottore!

Solo questo ci vorrebbe: 25 secoli di interessi da pagare. Saluto calorosamente Uozzon per andarmene. Prima di raggiungere le ragazze al mare, gli chiedo di indicarmi un posto dove comprare qualcosa per fare uno spuntino in spiaggia.
- Dottore, preferisce che le mostri una rosticceria o un negozio di alimentari?
- Alimentari, Uozzon!

Capitolo seguente


[116] Enrico Costa, Noordwijk, agosto 1995.

[117] Uòzzon.

[118] Nenti sacciu e nenti vogghiu sapiri.


Pubblicato il 1 dicembre 2011; modificato il 13 luglio 2013.

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