Un faro fenicio a capo Gallo?   English   Español

L'potesi è stata pubblicata su Mediterranean Archaeology and Archaeometry nel 2016.
Il link all'articolo è questo.


Una decina d’anni fa a Palermo, al termine di un seminario tenuto alla Sovrintendenza de Mare, venni avvicinato da una coppia incuriosita dai miei argomenti.

I due, di cui purtroppo non ricordo il nome, mi dissero di essere responsabili dell’area marina di capo Gallo (o perlomeno questo io capii) e che nell’area c’erano dei massi che, secondo loro, non erano semplicemente franati dalla montagna ma erano stati collocati lì ad arte.

In particolare, sospettavano che i massi che circondano l'attuale faro di capo Gallo, fossero allineati in modo da formare un antico osservatorio astronomico.

Il promontorio di capo Gallo, a pochi km a nord di Palermo, è una località archeologicamente rilevante. Come molti altri promontori siciliani che si affacciano sul Tirreno, è sede di grotte abitate fin dal paleolitico, che testimoniano l’occupazione dell’isola da almeno diciottomila anni.



Tornato a Roma, parlai della cosa con Marcello Ranieri [*], un astrofisico dell'INAF appassionato di archeoastronomia, e cercammo con Google Maps il posto che i due mi avevano indicato.

Aperto Google Maps, notammo facilmente i tre massi più grandi menzionati dalla coppia ed immediatamente Marcello, dotato di sensibilità archeo-astronomica, esclamò: Stanno nella terna pitagorica 3, 4, 5!








Le terne pitagoriche sono terne di numeri (3, 4, 5), (5, 12, 13)… tali che la somma dei quadrati dei primi due faccia il quadrato del terzo. Rispettano, cioè, il teorema di Pitagora e sono note da tempi antichissimi, anche da popoli che con Pitagora non ebbero mai a che fare. Avevano una funzione pratica molto importante: in un’epoca in cui gli strumenti di precisione scarseggiavano, permettevano di erigere un edificio in modo che i suoi lati formassero degli angoli retti. Bastava fare in modo che le distanze tra i vertici della sua pianta rispettassero una terna pitagorica qualunque.

Siccome gli angoli retti facilitano la stabilità di una costruzione (pensate alla difficoltà di fare il tetto ad un tempio sghembo), erano uno strumento molto usato per conferire rettangolarità alle costruzioni.

Questa peculiarità rende le terne un marker dell’intervento umano. Trovare, infatti, una struttura litica con angoli retti non implica necessariamente che essa sia frutto dell’opera dell’uomo, ma se gli angoli retti sono il risultato di una terna pitagorica è molto improbabile che ciò sia avvenuto per caso.



Eccitato dalla scoperta, Marcello prese contatto con la coppia di capo Gallo e partì per fare un sopralluogo. Esplorò il sito e fece anche un giro in barca per osservare il posto dal mare. Io, purtroppo, non potei accompagnarlo.

Quando tornò, una certa delusione era stampata sulla sua faccia. Mi confermò che i tre massi sembravano essere stati messi lì

apposta, ma aveva scoperto che non erano sullo stesso piano orizzontale.

Era chiaro che non poteva trattarsi dei vertici di una costruzione arcaica ed inoltre, non essendo sullo stesso piano, le distanze tra loro non formavano nemmeno la terna 3, 4, 5.

Anche l'ipotesi di un edificio rettangolare svanì.



I tre massi visti dal mare.

Fui deluso anch’io, ma rimanemmo comunque convinti che la loro posizione avesse un significato, non ci sembrava ragionevole che qualcuno avesse spostato dei massi così pesanti per metterli a cavolo.

Rimuginandoci sopra, mi ricordai che capo Gallo era stato un avamposto fenicio-cartaginese. Palermo, una delle due più importanti colonie fenicie della Sicilia, si trovava a pochi chilometri e le navi che uscivano dal suo porto gli passavano davanti prima di curvare verso Cartagine o di dirigersi verso Ustica o Lipari.

I Fenici erano i grandi navigatori dell’antichità. Essendo sostanzialmente dei commercianti, non erano interessati ad occupare vasti territori, ma a presidiare i porti strategici per la loro navigazione. Per farsi un’idea del loro modo di agire, si può paragonarli alla Repubblica Veneziana di qualche millennio dopo.

Grandi nemici dei Greci e poi dei Romani, vennero descritti come pirati scellerati, abilissimi nella navigazione. Ed in effetti, diversamente dai Greci, l’altro popolo marinaro dell’antichità, i Fenici navigavano regolarmente sia in mare aperto, sia di notte, orientandosi con la stella polare (che i Greci chiamavano stella fenicia).

In quanto alla pirateria scellerata, teniamo presente che i racconti sui Fenici sono tutti di provenienza greco-romana. Per di più, oggi non siamo più abituati alle usanze della navigazione antica, valide fino a circa un paio di secoli fa. In pratica, quando una nave ne incrociava un’altra, se lo riteneva vantaggioso, la assaliva e ne rubava il carico [1]. La prassi era questa, anche i Greci la seguivano, solo che resoconti fenici non ne sono rimasti.



Il masso più in alto.


Il masso a mezza altezza.


Il masso in basso, sormontato da un bunker.


Insediamenti greci e fenici attorno al 500 a. C.

Questa usanza aveva un’ovvia conseguenza: più che dalle tempeste bisognava guardarsi dalle navi nemiche. I Greci lo facevano evitando di inoltrarsi in zona fenicia, i Fenici girando al largo o viaggiando di notte. Guardando una mappa con gli insediamenti greci e fenici nel Mediterraneo si capisce facilmente quali fossero le rispettive zone off-limits.

Per i Greci il tratto di mare che separa la Sicilia dalla Tunisia costituiva una sorta di Colonne d’Ercole: presidiato dai Fenici da entrambi i lati, era decisamente da evitare, soprattutto tenendo conto che circumnavigare la Sicilia dall'altro lato permetteva di viaggiare in acque esclusivamente greche.


Colonie greche in Sicilia.

Anche per raggiungere le proprie colonie in Francia e Spagna i Greci risalivano il Tirreno, prima lungo la Magna Grecia, e poi costeggiando l’Etruria, con cui avevano rapporti commerciali ed il cui popolo non amava tanto andar per mare.

Invece i Fenici, per raggiungere il Mediterraneo occidentale dalla originaria terra di Canaan, furono costretti fin dall’inizio a navigare al largo dei Greci.

Non so quanto questa mia deduzione sia vera, ma il fatto è che in mare aperto ci andarono, e dovettero imparare ad orientarsi.

Ma torniamo alla posizione dei tre massi. Se non è la distanza che conta, non resta che l’allineamento. Che designassero una posizione astronomica mi sembrò improbabile, dato che solo due delle sei direzioni possibili indicavano il cielo [2]. Delle altre quattro, una puntava la montagna distante pochi metri, e tre il mare.




Qual masso che dal vertice.


Verso il mare dove? Se tracciamo due rette unendo il masso più alto con gli altri due troviamo una cosa singolare. La prima retta punta esattamente verso Ustica e la seconda verso Lipari, entrambi insedia-menti fenici. Una coincidenza davvero curiosa.

E siccome il terreno è in discesa, questo allineamento ha una conseguenza pratica. Un navigante che si allontanasse da capo Gallo vedendo i due massi verso Ustica uno sopra l’altro, sarebbe orientato esattamente in direzione dell’isola. Se i massi non risultassero precisamente uno sopra l’altro, la rotta sarebbe sbagliata, ma potrebbe essere corretta spostandosi in una posizione dalla quale i massi si vedessero di nuovo allineati verticalmente.

Vedere i massi uno sopra l’altro, insomma, sarebbe stato un buon modo per partire nella direzione giusta e prendere a riferimento i monti circostanti. Man mano che la distanza dal capo aumentava, la posizione relativa ai monti sullo sfondo avrebbe continuato ad indicare la rotta fin quando questi fossero stati visibili. I massi, in pratica, sarebbero serviti per “tarare” l’allineamento dei monti, necessario per la navigazione lontana dalla costa.

Ustica è in mare aperto. Dista da capo Gallo una trentina di miglia. Partendo di notte, i Fenici potevano arrivarci il giorno dopo con la luce, il che aiutava molto, data la natura rocciosa delle coste dell’isola.

Guarda caso, se sui massi ci fossero stati dei fuochi, vederli uno sopra l’altro avrebbe indicato anche la rotta notturna.




I massi visti dalla direzione di Lipari.


I massi visti dalla direzione di Ustica.

Se verso Ustica attraversare il mare aperto era obbligatorio, per andare a Lipari si sarebbe invece potuto costeggiare, il tipo di navigazione preferito da tutti gli antichi.

Peccato che, superato il golfo di Palermo, si sarebbero incontrate prima Termini e poi Imera, due colonie greche le cui navi percorrevano abitualmente la costa tirrenica.

Bisognava scegliere: mare aperto o navi greche. Chi avesse scelto il mare aperto avrebbe avuto bisogno di un’indicazione luminosa per partire di notte e trovarsi il giorno dopo con Alicudi e Filicudi ad indicare la rotta verso Lipari.

Anche in questo caso, vedere i due fuochi uno sopra l’altro era l’indicazione che ci voleva per stabilire la rotta. Potrebbe esserci stato addirittura un terzo fuoco, più in basso sulla spiaggia, ad aumentare la leva.

L’ipotesi del faro è suggestiva. In suo favore c’è il fatto che tutti e tre i massi erano facilmente accessibili dalla spiaggia permettendo un’agevole alimentazione della fiamma. Ed anche quello che le facce superiori dei massi, inclinate verso il mare, fossero compatibili con un fuoco di segnalazione. Di sicuro, avere l’indicazione visiva della rotta da seguire sarebbe stato un vantaggio notevole in un’epoca in cui orientarsi non era facile.

Una cosa che oggi non abbiamo sempre presente è che gli antichi non avevano la rappresentazione bidimensionale della geografia marina come ce l’abbiamo noi. Le carte nautiche sono nate nel medioevo; gli antichi costeggiavano da un punto cospicuo all’altro. Per sapere dove si trovassero, i Greci consultavano un elenco di siti notevoli riportati uno dopo l’altro, cercando di capire quale fosse quello che gli stava davanti. Il tragitto, insomma, era pensato unidimensionale e lo si otteneva srotolando il litorale.

Quando dovevano allontanarsi dalla costa, si basavano sui punti chiave che vedevano sulla terraferma. Tra questi, i profili delle montagne più alte erano facili da individuare, così come lo erano i picchi montuosi delle isolette mediterranee. Il loro insieme costituiva il sistema di riferimento in cui situarsi.

In assenza di questi riferimenti le cose si facevano difficili. Navigare in direzione nord-sud era relativamente semplice, col sole ed una clessidra di giorno o con la stella polare di notte. La direzione est-ovest era più approssimata, ma determinabile con gli stessi mezzi, ma quando bisognava seguire delle rotte intermedie i problemi dovuti all’approssimazione s'ingigantivano. Navigare a venti gradi dal nord, era complicato (anche di notte con la stella polare) e sbagliare la rotta di dieci gradi significava, per esempio, ore di navigazione in più per raggiungere Ustica. A meno che…

La stella polare si chiama così perché il cielo le ruota intorno. Gli antichi non avevano la televisione, di notte l’unico spettacolo a disposizione era il cielo e, senza altre distrazioni, lo conoscevano bene. Se ancora oggi contiamo i giorni in settimane non è per il capriccio di qualche capoccione, ma perché cinque o seimila anni fa i Sumeri si accorsero che, mentre tutte le altre stelle ruotavano come congelate attorno alla stella polare, ce n’erano sette che se ne andavano dove gli pareva. Le chiamarono pianeti (viandanti) e intuirono che doveva trattarsi di pezzi grossi. Per rispetto dedicarono un giorno ad ognuno di loro, anche se il numero sette rendeva complicato il computo dei mesi lunari e dell’anno solare (che i Sumeri conoscevano). I pezzi grossi, si sa, meglio rispettarli.

Per fortuna le altre stelle si muovevano tutte assieme. Le chiamarono stelle fisse e pensarono che fossero inchiodate alla volta celeste. Ma conoscevano bene anche queste, le raggrupparono in costellazioni e sapevano in che posizione si trovassero una rispetto all’altra. Le vedevano girare tutte attorno alla stella polare e, guardando il firmamento, potevano dire quale stella si sarebbe trovata in ogni punto del cielo dopo un’ora o due ore.

Torniamo ora ai fuochi sui massi. Se erano particolarmente grandi si sarebbero visti a distanza di miglia (allora il buio era proprio buio), ma la decina di miglia era probabilmente il limite della loro portata. Non trascurabile, ma non tantissimo. C’è, però, una cosa che un abile navigante avrebbe potuto fare. Dopo essersi allineato coi fuochi ed aver orientato la nave nella direzione giusta, avrebbe visto davanti alla prua qual era la stella (o la costellazione) che indicava la rotta in quel momento. La stella dopo un po’ sarebbe tramontata, ma sarebbe stata sostituita da un’altra che si trovava nello stesso arco di cielo centrato sulla polare, e lui sapeva quale [3]. Ora dopo ora, le diverse stelle di quel particolare arco di cielo avrebbero indicato esattamente la rotta. E se il navigante avesse addirittura avuto una clessidra, orientarsi sarebbe stato ancora più facile.

Ecco il punto: non solo i fuochi guidavano la rotta finché erano visibili, ma permettevano, per qualunque rotta, di stabilire l’arco di cielo le cui stelle seguire. Bastava tarare la direzione alla partenza e, per il resto del viaggio, le stelle da seguire erano quelle. Non era poco in un periodo in cui il GPS non esisteva.

Bello! Ma come facevano a orientare i massi con quella precisione? Senza Google maps, la soluzione più semplice era quella di vedere i traguardi. Nei giorni di buona visibilità da capo Gallo si vede Ustica ed in quelli di visibilità eccezionale si vedono la maggior parte delle Eolie. Salire sulla cima del monte aiuta molto. Non sarebbe stato difficile, in uno di quei giorni, guidare il posizionamento dei massi dalla sommità del monte.



I Greci in Spagna.


I circoli blu indicano insediamenti fenici. Le ellissi rosse le zone greche.

Come si è detto, l’ipotesi che i massi di capo Gallo siano stati un faro è suggestiva [4], ma per affermare che i Fenici conoscessero i fari almeno una replica andrebbe trovata. In letteratura non risultano riferimenti a fari fenici. È un’indicazione negativa, ma non troppo, dato che ovviamente le fonti letterarie sono soltanto greco-romane.

Più negativo si direbbe il fatto che, nell’iconografia fenicia, non ne esista neanche una raffigurazione. D’altro canto, se le segnalazioni luminose avessero fatto parte della tecnica marinara fenicia, è probabile che il sistema sarebbe stato tenuto segreto.

Ma da qualche parte i resti di un altro faro dovrebbero esserci. Trovarli, sarebbe un bel colpo! Dove? Nei promontori sporgenti, per indicare le rotte verso il mare aperto o per evitare di costeggiare territori greci. Specialmente se si trattava di rotte non orientate lungo gli assi nord-sud od est-ovest.

Il litorale africano dal Marocco alla Tunisia era tutto in mano ai Cartaginesi e poteva essere quindi costeggiato senza pericolo. Per trovare un faro bisognerebbe cercare nei punti in cui le navi lasciavano la costa per attraversare il mare di Alboran (il promontorio di Melilla?) e raggiungere le colonie fenicie del sud della Spagna, sempre che non facessero il periplo, passando da Gibilterra. Oppure, sulla costa spagnola, dove gl'insediamenti fenici erano interrotti da colonie greche.

Per esempio, le Baleari erano fenicie, ma il collegamento tra Ibiza e la terraferma aveva gli stessi problemi della rotta Lipari - Palermo. Minimizzare il tratto marino andando verso Xabia, avrebbe portato in acque greche, meglio orientarsi verso sud ovest e raggiungere direttamente Cartagena (un nome, una garanzia).

Dal grande fiordo di Mahón, a Minorca, partivano invece le navi per Tharros e Sant’Antioco, in Sardegna. Però il fatto che Mahón e Tharros si trovino sullo stesso parallelo rendeva forse superfluo il bisogno di un faro. Mentre andare direttamente da Mahón a Sant’Antioco era inutilmente rischioso, visto che la Sardegna si poteva costeggiare tranquillamente.

Può darsi che a capo Spartivento ci fosse un faro per guidare le navi che da Nora si dirigevano verso la Tunisia, facendo magari tappa all’isola La Galite, ma essendo questa una rotta nord-sud, anche in questo caso può darsi che il gioco non valesse la candela.

Molto più probabile sarebbe invece stato un segnalatore a capo Bon in Tunisia per dirigersi direttamente verso Mothia, lungo la tratta che doveva essere una delle più frequentate dalle navi fenicie. Anche se in questo punto é difficile dire come avrebbero potuto orientare il faro.

Un eventuale altro sito potrebbe trovarsi a Gozo. Malta rimase fenicia anche quando la costa meridionale della Sicilia venne colonizzata dai Greci. Un collegamento diretto con Mothia avrebbe richiesto una rotta tra Gozo a Mothia al largo della Sicilia. Anche se è più probabile che da Malta si preferisse andare direttamente in Tunisia.

Anche a Lampedusa ci sono resti fenici. Diversamente da Pantelleria e Linosa, Lampedusa non è vulcanica ed ha un porto naturale ben riparato. Di sicuro costituiva uno scalo nel tragitto tra Malta e Mahdia in Tunisia. Il fatto che due delle tratte (Mahdia – Lampedusa e Linosa – Malta) si svolgano lungo la direttrice est–ovest rendono forse superflui dei fari indicanti questa direzione, ma le tratte Lampedusa – Linosa e Lampedusa – Malta, avrebbero richiesto l’uso dei segnalatori.

Per il momento mi fermo qui [5]. È evidente che trovare un’altra struttura simile a quella di capo Gallo significherebbe che i tre massi non sono lì per caso e che i Fenici usavano i fari per orientarsi. Sarebbe una scoperta interessante. Se qualche navigatore dovesse scorgerla, me lo faccia sapere, che ne tiriamo fuori un bell’articolo.


Minchiati n'aiu 'ntisu, ma com'a chisti...



Probabili rotte fenicie, forse indicate da fari.



[*] Marcello, al momento di postare questa pagina ti ho cercato, ma nessuno dei tuoi indirizzi dell'INAF è più attivo. Se leggi queste righe, contattami, il mio mail è sempre lo stesso.

[1] La regola si applicava sistematicamente alle navi "nemiche". Ma, in mare aperto, se non vedeva nessuno, anche le navi "amiche" potevano essere depredate, a patto di affogarne l'intero equipaggio.

[2] Per essere onesti questa considerazione non esclude un orientamento astronomico delle rocce, che andrebbe controllato con cura in situ.

[3] In realtà, un marinaio astronomicamente ben preparato avrebbe saputo a memoria quali erano le costellazioni che indicavano ora per ora le direzioni intermedie dei punti cardinali, ma un aiutino è sempre bene accetto, specie da quelli meno studiosi.

[4] Un suggerimento: se le fiamme venivano accese ogni notte, qualche traccia di materiale combusto dovrebbe trovarsi ancora oggi sui massi.

[5] Altri fari potrebbero aver indicato i collegamenti tra Maiorca e Minorca e tra Maiorca ed Ibiza, ma sono troppo pigro per cercarli.



Pubblicato il 26 giugno 2014; ultima modifica il 6 agosto 2014.

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